dove mi trovo: iperbole -> Primo piano -> David Riondino, Don Chisciotte per una notte
Gli assolati paesaggi della Mancia rivisitati da David Riondino, accompagnato al pianoforte da Stefano Bollani. Venerdì 5 agosto, alle ore 21.30, nel cortile dell'Archiginnasio David Riondino è protagonista di una inedita rilettura del Don Chisciotte, il capolavoro di Cervantes di cui ricorre il quarto centenario. L'ingresso è gratuito. Si replica lunedì 8 agosto.
sono molto dispiaciuto di averti visto ieri sera. Hai fatto davvero schifo.
Non voglio dire che tu non sia brava nel fare il tuo lavoro. Semplicemente credo che quando sei chiamata a farlo, dovresti farlo, anche se sei in culo al mondo, anche se non c'è tutta la stampa che solitamente ti osanna a vederti, anche se sai che la serata non lascerà una traccia indelebile nella tua carriera. Anche in quesi casi, credo, dovresti avere rispetto per chi ti è di fornte.
Quando ti ho incontrato altre volte ho pensato che eri brava, quando ti ho visto prepare un tuo lavoro ho pensato che eri una gran stronza, ma brava. Dopo che ti ho visto ieri sera penso che sei una stronza e che il brava dovrai meritartelo in altre sedi.
Lo sfoggio di narcisismo non fa bene a nessuno e nemmeno a te. E quando uno è solo pieno di se stesso difficilmente sarà così atletico da ricercare qualcosa, costantemente teso a specchiarsi negli elogi sperticati.
Ringrazia Fedor se la serata ha avuto almeno un paio di minuti di bellezza. Pochini non credi? E soprattutto li ha avuti NONOSTANTE te, per puro merito di Fedor.
Mi auguro - per me, non per te- che la prossima volta che avrò occasione di vederti (perchè di voglia ora ce n'è poca, quindi dovrà proprio capitare per caso: io non ti cercherò) sarai capace di farmi risalire, dal disprezzo dove ti ho collocato ieri sera, a rimirar le stelle, come dice quel tipo che ha il nome come il tuo cognome.
A volte nascono creature che hanno una capacità di comprendere e di sentire troppo evoluta per accettare il mondo e la vita come viene. Ci sono eccezioni: menti ricche di capacità e cuori strazianti. Persone che riescono a scostare il velo della quotidianità facendoci scorgere un abisso da vertigine. Solo che, richiusa la tenda, noi riprendiamo una vita normale mentre loro, che ti hanno disvelato qualcosa, restano al di là. Occhi piantati nell'abisso. Fino a decidere che morire è giusto. O è quanto meno necessario.
Sarah Kane era una giovane scrittrice inglese di grande talento che ha deciso di smettere il conto delle proprie ore a ventotto anni (1999), dopo aver lasciato alcuni lavori teatrali che la critica ha riconosciuto di grande rilevanza. L'ultima sua opera è Psychosis 4:48. Il lungo monologo di una donna chiusa in una clinica psichiatrica. Deliri, obnubilamenti legati alle terapie farmacologiche, momenti di insostenibile lucidità. Un testo bellissimo, raggelante, ipnotico e devastante.
Al Palladium (fino al 13 giugno) si confronta con questo testo Giovanna Mezzogiorno. Riesce almeno in parte nell'intento. La parola viene snodata con una scansione pressochè metrica delle frasi (con una cadenza sempre uguale e distaccata) che, se ha il pregio di non scadere in una facile pathos, ha il limite -notevole- di risultare una nenia ipnotizzante e distraente. La regia vuole la Mezzogiorno sempre seduta o in piedi accanto alla sedia; il resto del movimento viene fatto per mezzo di luci e proiezioni d'immagini sul fondo: soluzione questa ancora suggestiva ma un pò troppo vista ormai. Lo spettacolo comunque regge, Giovanna regge, e (con i limiti detti) c'è da segnalare la generosità di un'attrice ricca di energia. Si esce con forti sensazioni, il bisogno di confrontarsi e la voglia di conoscere quest'autrice.
Cosa sarebbe dovuto essere Raiot lo sappiamo tutti. Forse più per sentito dire che per averlo visto realmente nell'unico scampolo televisivo che gli sia stato concesso. Ora la Sabina nazionale porta in giro per l'Italia uno spettacolo che ne riporta i resti e gli spunti polemici. Si chiama appunto reperti perchè di quell'idea resta l'idea (più forte dell'ispirazione) che per la Rai che vediamo servirebbe un cavallo di Troia (anagramma di Raiot) perchè sia tollerabile. Il vero spettacolo parte dal domani, da un ipotetico museo della Resistenza (non quella nazifascista del 45, ma quella antiberlusconiana) dove la futurubile guida è una marionetta vestita sghemba che celebra le parole scomparse dal vocabolario (o se ancora in uso, completamente stravolte. Vedasi libertà o giustizia). Forse ci auguriamo tutti di arrivare al DOPO, speriamo pure di arrivarci ancora in piedi. Tempo un quarto d'ora e il siparietto finisce, Sabina saluta ed esce. Il pubblico applaude e lei non esce. Qualcuno protesta e finalmente la Guzzanti si concede. "Ma come? non protestate per niente e se il mio spettacolo dura poco vi lamentate? Sono scelte aretistiche...così adesso abbiamo tempo per parlarne..." E iniziano le riflessioni velenose sul capo del governo costellato dei personaggi che avrebbero avuto spazio su Raiot (Vespa, la Palombelli, i documentari di Quark, qualche sorriso plasticato alla Silvio. Grande l'imitazione di Clarissa Burt che difende l'america dal prossimo nemico contro cui farà la guerra, il buco dell'ozono). Si sta quasi tre ore, si ride, non ci si stanca, si cantano le canzoni della resistenza passata che chissà che non tornino utili in quella futura.... Si esce alla fine però immalinconiti. Forse solo perchè non siamo abituati a sentirci dire quanto puzzi quest'Italia dei decoder televisivi inutili e dello show politico. Avrei anche delle riserve su quesdta forma di "teatro", ma non le tiro fuori. Preferisco invitare chi può a vederlo, poi se ne dovrebbe riparlare, con un briciolo di coscienza critica in più.
Asino albino Cosa c'entra l'asino albino con un uomo col berretto da baseball che fuma per sentirsi sicuro, per far vedere che ha un pensiero mentre strizza gli occhi quando aspira? Cosa c'entra con un ex brigatista? Cosa c'entra con due persone che prendono il sole? Cosa c'entra con due baresi alle prese con un telefonino e amici/parenti/malatiterminali che non li calcolano? Cosa c'entra con uno psicolabile che fa le parole crociate? Cosa c'entra con una macchietta che cerca d'imitare Troisi? Cosa c'entra con una bimba che è in pullman con la mamma? Cosa c'entra col bauscia che vanta le imprese improbabili del figlioletto?
Chiedetelo ad Andrea Cosentino, l'interprete di Asino Albino. Ho avuto modo di vederlo per caso nella Piazza del Teatro a Fidenza. È un monologo in cui Andrea interpreta svariati personaggi, macchiette, che tra loro interagiscono. Personaggi popolari, macchiette e resoconti di interviste-accusa nei confronti dell'isola dell'Asinara, un angolo di infinito che è stato lazzaretto prima, lager dopo e carcere di massima protezione sino a pochi anni fa. Con poche pennellate e qualche ninnolo i personaggi prendono vita propria, interagiscono, e raccontano una storia che non finirà col sipario che si cala. Ridondante, ma solo in alcuni casi. Vale la pena di vederlo!
per ristrutturazione e cambiamenti nella redazione del multiblog gli inviti a postare e commentare sono temporaneamente sospesi.
Miei cari, stavo per postare qualcosa su "Reperti RAIOT" di Sabina Guzzanti, ma ho un contrordine. La buona idea dei battelli sembra abbia qualche problema (di rotta, immagino) e dunque i fondatori hanno deciso di sospendere le "pubblicazioni" momentaneamente per riorganizzarsi in forma diversa creando una struttura un po' più ferma, a quanto ho capito. Da sostenitore dell'idea dei Battelli lascio il lavoro ai fondatori e alla nascitura "Redazione" e chiudo momentaneamente il BattelloTeatro in attesa di lasciare in altre mani questo spazio (se sarà il caso di mantenerlo). A tutti quelli che sono passati di qui per leggerci e ancora di più a quelli che hanno lasciato le loro tracce e le loro impressioni teatrali un grazie.
Non so se si sentisse la mancanza di un'opera lirica incentrata su Pinocchio. Se questa mancanza fosse drammaticamente avvertita da qualcuno un compositore (Antonio Cericola) ha colmato il vuoto (su un libretto di Sandro Bernabei). Io l'opera l'ho sentita ad Ascoli Piceno, ma a quanto ne so l'hanno poi portata ad Atene, nel quadro delle manifestazioni per le Olimpiadi.
Ora. Io non sono un sostenitore delle categorie. E non sono nemmeno uno spocchioso. Ma ho un'idea dell'opera un po' diversa da quella che ho visto. Per carità: il lavoro è piacevole, si lascia ascoltare fino alla fine. La musica è a tratti accattivante; tuttavia, più ci penso, più ho una serie di MA. La pecca maggiore è la drammaturgia del lavoro, sinceramente piuttosto scomposto: Ok, la favola la conosciamo tutti MA allora perchè inserire il personaggio del grillo parlante (voce recitante) che dopo ogni scena arriva e ci dice a che punto della storia siamo? I vari momenti della storia sono stati inseriti tutti, dalla balena alla fata - da Lucignolo al gatto alla volpe - fino a Mangiafuoco. Come una serie di flash che fanno venire un po' il singhiozzo perchè non c'è nulla (grillo a parte) che dia loro continuità. Pezzi e bocconi insomma. Insomma, costruire qualcosa su una cosa che tutti sanno non è mai facile. In questo caso ci si è riusciti piuttosto male. La musica, dicevo, è anche apprezzabile ma direi non particolarmente ricercata. Si strizza l'occhio spesso e volentieri alle canzoni, al musical, alla musica da film (un po' più di "contemporaneità" in più nelle parti recitative e nella ricerca ritmica), ma devo dire che il pubblico (molti bambini) ha apprezzato e non poco.Molto bravi i bimbi del coro di voci bianche che posti nei palchetti laterali non hanno sbagliato praticamente nulla. Lo spettacolo firmato da Kristophoros Kristophis si basava su una scena fissa (di Anna Machairianaki) con lattine accartocciate giganti, e americane metalliche a vista e immagini proietate di sfondo, su cui, oltre ai cantanti, si muovevano mimi volenterosi ma dalla funzione non sempre cristallina. Bravo (la voce è piccola ma elegante) Daniele Zanfardino come Pinocchio. Fatalona a volte anche vocalmente la fata di Suzanna Savic, e via via gli altri (li cito? sono tanti...vabbè: Francesco Marcacci, Eugenio Leggiadri, Nunzio Fazzini, Silvia Regazzo, Enrico Marabelli, Dimitri kassiumis, Maria Medaina era il grillo). Con una sola domanda. Sicuri che non fosse meglio metterci cantanti non lirici??
Ci sono dei piccoli miracoli. Talmente piccoli che avvengono in silenzio e rischiano di passare inosservati.
A Roma c'è un teatro modesto (seppur ricavato all'interno di una struttura storica e imponente) che si chiama Sala Uno ed in questo spazio è in scena "La notte poco prima delle foreste". Premetto che se sono andata a vedere questo spettacolo è solo perchè avevo letto che l'interprete (unico) è Pierfrancesco Favino, attore che ho amato praticamente in ogni sua interpretazione cinematografica, e mi s'era accesa forte la curiosità di vedere come "funzionava" su un palco (non sapendo nulla della sua formazione attoriale, solo dopo ho scoperto che è un attore diplomato alla Silvio D'amico e che ha lavorato, tanto per dirne una, in diversi spettacoli di Ronconi). Il testo è di un autore francese, Bernard-Marie Koltes, ed è il lungo discorso di un immigrato (di origine non ben definita) ad un passante fermato per strada nella speranza di trovare una stanza per la notte. Ovviamente il passante a cui lui parla per circa un'ora e trenta sei tu. Testo disperante dove, in un vagolare di idee e ricordi, immagini di persone incontrate o solo sognate, quell'uomo-ombra riesce perfettamente a farti capire la sua vita. Le sue difficoltà. Le solitudini. I dolori. Le cattiverie subite e le fantasie di quelle da fare. Sei lì che ascolti ed oscilli in continuazione dal sentirti in colpa all'aver voglia di tendere una mano per carezzare quel povero cristo davanti a te. Spettacolo straordinario fatto di nulla: un uomo, le luci, una scale ed uno sgabello. Eppure tutto lo spazio vive, ti arrivano le ombre dei passanti, gli odori della pioggia sull'immondizia, le voci degli ubriachi. Favino è straordinario; niente, assolutamente niente della sua interpretazione è trascurabile: la voce, la cadenza perfetta, il corpo, i gesti delle mani, gli occhi, il riso ed il pianto che s'alternano improvvisi lasciandoti senza fiato.
Senza alcuna remora: da vedere.
Sala Uno, Piazza Porta San Giovanni 10. Tel. 06-7009329
In effetti è un po' che non ci facciamo sentire... ma sì, vi propongo uno spunto piuttosto che una recensione. Si tratta di una frase di Giorgio Strehler che in questi tempi di estremismi e integralismi mi ha fatto riflettere:
<<Quando sono uscito dal Piccolo è stata una grande lacerazione. Colpevole fu il '68. Una mattina, sotto le mie finestre, una turba di giovani urlava. Io mi sono detto: ecco i compagni che vengono a chiedermi di andare alla manifestazione. Ho aperto la finestra e mi hanno preso a pernacchie, avevano dei cartelli con su scritto: morte al barone, morte a Grassi e a Strehler. Era la contestazione giovanile, sulla bocca avevano solo Che Guevara. Cosa potevo fare? Sono sceso in strada e ho gridato: "Ragazzi andiamo al Piccolo che vi faccio vedere". Siamo entrati nel mio ufficio, ho mostrato loro la mia sedia, era una sedia miserabile, sai, e ho detto: "Voi credete che questa sia una poltrona? Va bene, prendetela allora, prendetevi il mio posto. Ma ricordatevi che Strehler fa il teatro qui, in Europa, dentro fuori,senza di voi con voi, con le strutture senza le strutture" Ho preso la mia roba e non mi hanno più visto>>
Ciao a tutti, sono MasterFord di Simposioateatro, grazie per avermi invitato a collaborare a questo blog! Non so se sia adatta a questa sezione, ma scelgo per il mio esordio LA PASSIONE DI CRISTO di Mel Gibson. Non capita facilmente di rimanere attaccati alla sedia alla fine di un film, specie negli ultimi tempi in cui al cinema si stacca il cervello. Questa pellicola a mio parere è molto bella, di straordinaria intensità, profonda, sofferta, vissuta. Soprattutto l'ultima mezz'ora invita a riflettere con un messaggio preciso. E molto umano. Perché il centro di questo film è l'umanità di Cristo, non la sua resurrezione, ma la sua sofferenza. E umano deve essere il piano di riflessione, al di fuori delle chiusure mentali tipiche della religione vissuta in senso opprimente. Le critiche prevenute espresse a priori da chi questo film non l'aveva ancora visto sono desolanti, e fanno solo male al cinema e, quel che è peggio, al senso critico. Perché forse è possibile fare delle critiche a questa pellicola (soprattutto alla Gerini e alla Bellucci, pietose...), ma di certo non lo si può accusare di antisemitismo, né, peggio, di violenza gratuita e sadismo. Andate oltre le apparenze, superate la banalità. Far vedere Gesù completamente scarnificato e sanguinante non significa accusare gli ebrei e i Romani di essere cattivi, ma sottolinea quale disumana sofferenza un uomo è stato capace di accettare per il bene dell'umanità intera. E non è un messaggio solo religioso o mistico, ma innanzitutto laico e umano. Un film che fa bene all'arte e alla mente.